Henri Nouwen ha scritto: «Quando ci chiediamo onestamente quali sono le persone più importanti nella nostra vita, spesso scopriamo che sono quelle che, invece di offrire consigli, soluzioni o cure, hanno scelto di condividere il nostro dolore e lenire le nostre ferite con una mano calda e tenera. L’amico che sa stare in silenzio con noi in un momento di disperazione o confusione, che sa stare con noi in un momento di dolore e lutto, che sa tollerare il non sapere, il non curare, il non guarire e sa affrontare con noi la realtà della nostra inadeguatezza, ecco, quello è un amico che ci vuole bene».
Quando ho letto questa citazione mi sono sentita confusa. Pensavo che la vera amicizia fosse molto più di questo, sicuramente molto più concreta! Dopo essere stata coinvolta da anni in opere umanitarie, la mia inclinazione naturale è intervenire in modo pratico ogni volta che mi trovo di fronte a una situazione di bisogno. Ho formato innumerevoli volontari, tenuto seminari e inviato mailing, tutto incentrato sul valore del dare e del fare. Amore in azione!
Mi ci è voluto un po’ per capire finalmente il significato delle parole di Henri Nouwen. Ho ricordato il mio primo viaggio a Mostar, città devastata dalla guerra. Conoscevo solo poche parole della lingua locale, quindi ho accompagnato alcuni volontari veterani mentre distribuivano cibo. Siamo entrati in molte case colpite dal dolore. Sono rimasta scioccata, perché era la prima volta che visitavo un luogo devastato dalla guerra. Un amico mi traduceva gentilmente le conversazioni in corso.
Ero sul punto di piangere quando una signora anziana, con le gambe ferite dalle schegge, mi ha preso le mani e ha iniziato a raccontarmi i suoi problemi. Ha parlato e parlato. Io ascoltavo e basta. Non capivo nulla perché il mio traduttore era impegnato altrove. Alla fine, mi ha ringraziato profusamente, ci siamo abbracciate e abbiamo pianto insieme.
È stata un’esperienza indimenticabile, e non l’unica di quel tipo.
I giovani che formo si trovano ad affrontare la stessa situazione in cui mi trovavo io durante quella prima visita a Mostar. Non conoscono la lingua, si sentono impotenti e a disagio e io dico loro: «Non preoccupatevi, siate semplicemente presenti. Tenete loro la mano, guardate la persona con amore e compassione e ascoltate. Ascoltate e piangete con loro».
Ora parlo la lingua locale e aiuto in modi diversi. Ma tutto è iniziato in modo semplice, e questo metodo è ancora efficace oggi. La settimana scorsa, quando la moglie di un caro amico è morta improvvisamente in un incidente stradale, gli ho detto: «Non ho parole, piango solo con te. Vieni. La mia casa è la tua casa».
